Riorganizzazione della macrostruttura degli Enti Locali: dipendenti tutelati solo sugli interessi legittimi

Nell'ambito del processo di riorganizzazione della macrostruttura, il dipendente non ha alcun diritto acquisito o legittima aspettativa all'immodificabilità della carriera, né l'ente ha l'onere di garantire forme di partecipazione procedimentale ai lavoratori, in quanto la disciplina del rapporto di pubblico impiego è improntata al valore preminente e prioritario dell'interesse pubblico.

Con la sentenza n. 440/2019 il Consiglio di Stato, Sezione V, ha affrontato il tema dei rapporti tra i dipendenti e la PA, mettendo in chiaro che l'ente locale, in fase di revisione dell'assetto organizzativo, ha il solo onere di individuare il modello di struttura più adeguato per incrementare le proprie capacità operative, in rapporto alle esigenze e alla domanda di servizi da parte della collettività amministrata. Per questo, l'amministrazione deve mettere in atto un'allocazione funzionale delle risorse umane, puntando a un incremento di efficienza delle strutture comunali e di efficacia dell'azione amministrativa, senza vincoli derivanti dalla tutela delle posizioni soggettive dei suoi dipendenti.

IL CASO 

La vicenda presa in esame da Palazzo Spada muove dal ricorso con cui un vicesegretario generale di un Comune, al contempo dirigente dell'ufficio affari generali-legale e contenzioso dell'ente, ha impugnato i provvedimenti del consiglio e della giunta che riguardavano da un lato una revisione organizzativa dei servizi comunali, e, dall'altro, la trasformazione del proprio rapporto di lavoro da full time a tempo parziale (articolo 1, comma 58, della legge 62/1996) in accoglimento della domanda presentata dall'interessato.

Con la revisione organizzativa intrapresa l'amministrazione procedeva a disarticolare l'ufficio legale, privo di servizi e di personale, dall'insieme degli altri servizi (affari generali e segreteria generale), per poi assegnare al ricorrente la sola responsabilità dell'ufficio legale, con un orario di lavoro di 18 ore settimanali. Di qui il ricorso del dirigente pubblico che ha chiamato in causa il Comune deducendo una violazione dei propri diritti acquisiti, nonché l'illegittimità per eccesso di potere delle delibere impugnate con le quali l'ente, in fase di riorganizzazione dell'assetto organizzativo, ha abolito le funzioni vicarie del segretario generale, incidendo sul trattamento retributivo e sulle aspettative di carriera del ricorrente.

LA DECISIONE

La Sezione V ha evidenziato la priorità delle ragioni di pubblico interesse sottese all'azione di riordino della macrostruttura comunale, rispetto alla quale i dipendenti dell'ente non possono rivendicare diritti soggettivi, ma solo ottenere la tutela degli interessi legittimi connessi al buon esercizio del potere amministrativo. Sotto questo profilo, il collegio ha escluso il diritto del dirigente di partecipare al procedimento, rilevando che «la titolarità di un ufficio pubblico, se è idonea ad abilitare il titolare ad impugnare gli atti di organizzazione che incidono negativamente sull'assetto e sulle funzioni dell'ufficio rivestito, non implica per ciò solo anche il suo diritto di partecipare, ai sensi della generale previsione dell'articolo 7 della legge 241/1990, al procedimento volto all'adozione degli atti organizzatori».

Passando poi al merito della controversia, i giudici hanno affermato che il dipendente pubblico non ha alcun diritto acquisito o legittima aspettativa all'immodificabilità della carriera, dacché la disciplina del rapporto di pubblico impiego è per definizione ispirata alla cura dell'interesse pubblico. Da ciò deriva un ampio margine di autonomia della Pa nell'esercizio del potere organizzatorio, con la conseguenza che l'ente non è tenuto a prendere in considerazione le preferenze o i diritti di opzione dei titolari della macrostruttura, purché abbia cura di evitare condotte discriminatorie o un «demansionamento effettivo» dei dipendenti, e documenti in maniera adeguata la razionalità dell'intervento di riorganizzazione.

Anche in questo caso l'aspetto della motivazione assume, come sempre, un ruolo dirimente nel supportare la legittimità all'azione amministrativa, che permane assoggettata al principio di legalità enunciato dell'articolo 97 della Costituzione.

In questa logica occorre che la Pa, nel determinare le linee fondamentali di organizzazione dei propri uffici, motivi al meglio i provvedimenti assunti in rapporto ai criteri di flessibilità, trasparenza e imparzialità, idonei a tradurre in atto i principi costituzionali di buon andamento, tenuto conto del fatto che l'ente, nell'esercizio del potere di auto-organizzazione, non entra in relazione diretta con i titolari di situazioni giuridiche soggettive, ma crea il presupposto all'instaurazione di rapporti giuridicamente rilevanti con questi soggetti.

 

Fonte: Sole 24 Ore