Per andare in pensione la cessazione del lavoro deve essere effettiva

Per poter accedere alla pensione di anzianità, la cessazione dell’attività lavorativa deve essere effettiva. Di conseguenza, se un lavoratore si dimette, e viene poi riassunto dallo stesso datore di lavoro alle medesime condizioni, scatta la presunzione di cessazione simulata e il lavoratore non ha diritto alla pensione.

Con la sentenza 14417/2019 la Corte di cassazione si è pronunciata su un contenzioso tra l'Inps e un lavoratore. Quest'ultimo si è dimesso il 28 febbraio ed è stato riassunto il 1° marzo dalla stessa azienda. Con effetto il 1° marzo è stata liquidata anche la pensione: sebbene la normativa preveda la possibilità da parte del pensionato di poter riprendere l’attività lavorativa, ciò non può avvenire in coincidenza con la data di decorrenza del trattamento pensionistico.

In base alla normativa vigente (articolo 22 della legge 153/1969 ) e alla circolare Inps 89/2009, infatti, non è vietato farsi riassumere immediatamente dopo la decorrenza della pensione. Nel caso oggetto del contendere, il lavoratore avrebbe potuto far decorrere il contratto dal 2 marzo. Tuttavia la Cassazione afferma che la discontinuità tra l'attività lavorativa prima e dopo la pensione non si deve limitare alla ricerca di «un mero iato temporale più o meno significativo ma partire dalla considerazione che, laddove l'attività lavorativa successiva al pensionamento intercorra con il medesimo datore di lavoro ed alle medesime condizioni di quelle proprie del rapporto precedente a tale evento, si configura una presunzione di simulazione dell'effettiva risoluzione del rapporto di lavoro al momento del pensionamento».

 

Dunque sembrerebbe che secondo i giudici un nuovo rapporto di lavoro alle medesime condizioni sia incompatibile con la pensione anche se decorrente qualche tempo dopo la stessa. Per superare la presunzione di simulazione dell'interruzione del rapporto di lavoro si deve fare ricorso a «plurimi potenziali indici sintomatici, ulteriori rispetto ad un mero dato temporale» (non indicati dai giudici) per verificare che il rapporto di lavoro abbia caratteristiche nuove rispetto al precedente.