Licenziamenti collettivi: il Tribunale di Milano affonda il Jobs Act e rinvia alla Corte UE

Una possibile violazione dell'art. 24 della Carta Sociale Europea, che sancisce "il diritto dei lavoratori licenziati senza un valido motivo, ad un congruo indennizzo o altra adeguata riparazione". E' per questo motivo che il giudice di primo grado del Tribunale di Milano ha rinviato alla Corte di Giustizia UE la parte del Jobs Act che discplina i licenziamenti collettivi: la mancata reintegra nel posto di lavoro prevista dalla Legge, infatti, parrebbe in contrasto con la norma comunitaria.

Dopo la sentenza n.194/2018 della Corte Costituzionale (che aveva dichiarato incostituzionale il meccanismo dell'indennizzo previsto dal Jobs Act) arriva un altro affondo per la Legge di riforma del mercato del lavoro introdotta dal Governo Renzi.

L'ordinanza del Tribunale di Milano del 5 Agosto si inserisce nella controversia sorta tra l'azienda Consulmarketing e una ex dipendente: tutti i colleghi avevano impugnato il licenziamento collettivo deciso dell'azienda nel Gennaio 2017 e avevano ottenuto la reintegrazione nel posto di lavoro. Tutti, tranne lei, in quanto assunta il 31 Marzo 2015 (24 giorni dopo l'approvazione del Jobs Act).

Il suo licenziamento è dunque disciplinato da “un regime sanzionatorio meramente indennitario e oggettivamente differente in senso peggiorativo rispetto a quello” precedente, che prevedeva la reintegrazione nel posto di lavoro e il risarcimento del danno fino ad un massimo di dodici mensilità, oltre il versamento dei contributi. Secondo l’ordinanza “i numerosi profili di contrasto, sia sotto il profilo della adeguatezza ed effettività della tutela avverso il danno subito dalla perdita del posto di lavoro sia di ragionevolezza della coesistenza di due regime sanzionatori, incidono sul giudizio di aderenza ai parametri costituzionali e del diritto comunitario necessario ai fini della selezione del sistema di tutela applicabile al licenziamento intimato”.

Per tale motivo, il giudice Luigi Pazienza ha rimandato la questione alla Corte di Giustizia UE per un possibile contrasto della norma italiana con il diritto comunitario.

In passato, la Corte di Giustizia aveva già ritenuto che “la legislazione finlandese, nel prevedere un limite di 24 mesi di retribuzione quale soglia risarcitoria massima onnicomprensiva del danno”, esattamente come il Jobs Act, “integri una violazione dell’art. 24 della Carta in quanto inidonea ad assicurare che la compensazione economica del danno sia in ogni caso commisurata alla perdita effettivamente sofferta”.

Oltre al già citato art. 24 della Carta Sociale Europea, il giudice ha evidenziato un'altra norma comunitaria che imporrebbe una tutela diversa rispetto a quella prevista dal Jobs Act: l'articolo 30 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea che, ricorda il giudice, recita: “ogni lavoratore ha il diritto alla tutela contro ogni licenziamento ingiustificato, conformemente al diritto comunitario e alle legislazioni e prassi nazionali”.