ISTAT: retribuzioni ferme al palo ed aumento del part-time involontario

Nell’arco temporale che va dal 2008 al 2018, vi è stato un aumento sensibile del “part-time” involontario, ossia dei contratti di lavoro a tempo parziale indipendentemente dalla volontà o esigenze dei lavoratori.
E’ quanto emerge dai dati Istat che, pur sottolineando un aumento del numero di occupato (ben 125mila unità in più) evidenziano una mancanza di circa 1,8 miliardi di ore e oltre un milione di Unità di lavoro a tempo pieno (Ula).

Negli ultimi anni si è registrato un lieve recupero delle ore lavorate pro-capite (+0,4% pari a circa 2 ore fra il 2013 e il 2018), ma resta ampio il divario con il 2008 (-4,7% nel decennio).

L’Istat evidenzia come il delta tra ore e occupati è cominciato nella prima fase della crisi, stabilizzandosi successivamente (il massimo è di 5,6 punti nel primo trimestre 2015) e mantenendosi praticamente invariato fino al primo semestre del 2018. Solo dal terzo trimestre 2018 la crescita delle ore ha superato quella dell’occupazione e il divario si è ridotto a 4,4 punti percentuali.

Un effetto, dunque, evidente della fase recessiva è stato proprio il part time involontario: : in dieci anni gli occupati che lavorano a tempo parziale perché non hanno trovato un impiego a tempo pieno sono aumentati di circa un milione e mezzo, a fronte del calo di 866mila occupati full time.

Allo stesso tempo, le retribuzioni orarie contrattuali nel decennio hanno avuto un aumento sostanzialmente in linea con i prezzi ma le retribuzioni reali sono rimaste ferme: solo nel 2018 la loro dinamica ha superato l’inflazione favorendo un minimo guadagno in termini reali.

Fra la media dei primi tre trimestri del 2018 e del 2008 le retribuzioni lorde orarie e quelle per Unità di lavoro sono aumentate rispettivamente del 12,6% e del 12,5% mentre i prezzi al consumo (Indice Ipca) sono cresciuti del 13,4 per cento.