Il lavoratore non deve restituire la disoccupazione se rifiuta la reintegra e si accorda per un risarcimento

FOCUS SENTENZE. Con la pronuncia 28295 del 4 novembre 2019, la Corte di Cassazione affronta la questione di un lavoratore a tempo determinato il cui contratto di lavoro, successivamente alla cessazione del rapporto di lavoro, si sarebbe trasformato in contratto a tempo indeterminato per la nullità dell’apposizione del termine (accertata dinanzi al giudice). Il lavoratore ha, però, preferito trovare un accordo transattivo piuttosto che accettare la reintegra, tramite la regolarizzazione contributiva e il pagamento di una somma a titolo di definizione della controversia da parte del datore di lavoro.

Nel frattempo, il lavoratore aveva percepito l’indennità di disoccupazione, tesa a coprire una situazione di bisogno effettivo in quel momento.

Proprio la regolarizzazione contributiva ha indotto l'Inps a richiedere la restituzione del trattamento di disoccupazione che era stato attribuito al lavoratore dopo la conclusione del rapporto di lavoro per scadenza del contratto a termine.

Secondo la Cassazione, l'assicurazione per la disoccupazione ha lo scopo specifico (fin dalla sua creazione, in base all’articolo 45 del Rdl 1827/1935) di fornire ai disoccupati un sostegno al reddito, quando la causa dello stato di disoccupazione sia involontaria.

Dunque, non basta la sentenza del giudice che “ricostruisce” in qualche modo il rapporto di lavoro, poiché l'unico elemento che può rendere effettivamente indebita l'erogazione del trattamento di disoccupazione è l'effettiva attuazione della reintegra, poiché tale elemento costituisce una modifica del fatto generatore dello stato di disoccupazione.

In definitiva, la causa del trattamento di disoccupazione è costituita dall'atto risolutivo del rapporto di lavoro, per cui se non c’è reintegra effettiva a seguito di un contenzioso, non è indebita la percezione del trattamento stesso.