Il divieto di licenziamento per matrimonio copre solo la lavoratrice

L'articolo 35 del Dlgs 198/2006 prevede il divieto di licenziare la lavoratrice nel periodo che intercorre dal giorno della richiesta delle pubblicazioni di matrimonio fino a un anno dopo la celebrazione (tranne per le eccezioni espressamente previste, come: giusta causa del licenziamento, cessazione dell'attività o in presenza della scadenza del termine di assunzione).
Secondo la Cassazione (sentenza n. 15515/2019) questa garanzia non può essere estesa anche al lavoratore uomo.

La vicenda era sorta a seguito del licenziamento di un dipendente comunale per giustificato motivo soggettivo. Avendo sia il tribunale di primo grado che la Corte di appello rigettato il ricorso del lavoratore, il caso è arrivato in Cassazione ove il lavoratore ha contestato, tra l'altro, la violazione dell'articolo 35 del Dlgs 198/2006: la Corte di appello, infatti, non avrebbe valorizzato la circostanza che il licenziamento sia intervenuto prima dello spirare di un anno dalla celebrazione del matrimonio - tutela che per principio di equità deve essere estesa anche al lavoratore uomo.

Secondo i giudici, la richiesta non è condivisibile: l'articolo 35 del Dlgs198/2006, infatti, è stato inserito nel codice di pari opportunità tra uomo e donna, dovendo essere letto, per una sua corretta comprensione, quale approdo della tutela costituzionale assicurata ai diritti della donna lavoratrice. Tale diversità di trattamento non trova la sua giustificazione nel genere del soggetto che presta l'attività lavorativa (uomo o donna), ma è coerente con la realtà sociale, che ha reso necessarie misure legislative volte a garantire alla donna la possibilità di coniugare il diritto al lavoro con la propria vita coniugale e familiare, ed è fondata su una pluralità di principi costituzionali posti a tutela dei diritti della donna lavoratrice.

 

D.lgs. 198/2006 - Art. 35.
Divieto di licenziamento per causa di matrimonio 
(legge 9 gennaio 1963, n. 7, articoli 1, 2 e 6)

1. Le clausole di qualsiasi genere, contenute nei contratti individuali e collettivi, o in regolamenti, che prevedano comunque la risoluzione del rapporto di lavoro delle lavoratrici in conseguenza del matrimonio sono nulle e si hanno per non apposte.

2. Del pari nulli sono i licenziamenti attuati a causa di matrimonio.

3. Salvo quanto previsto dal comma 5, si presume che il licenziamento della dipendente nel periodo intercorrente dal giorno della richiesta delle pubblicazioni di matrimonio, in quanto segua la celebrazione, a un anno dopo la celebrazione stessa, sia stato disposto per causa di matrimonio.

4. Sono nulle le dimissioni presentate dalla lavoratrice nel periodo di cui al comma 3, salvo che siano dalla medesima confermate entro un mese alla Direzione provinciale del lavoro.

5. Al datore di lavoro e' data facoltà di provare che il licenziamento della lavoratrice, avvenuto nel periodo di cui al comma 3, e' stato effettuato non a causa di matrimonio, ma per una delle seguenti ipotesi:

a) colpa grave da parte della lavoratrice, costituente giusta causa per la risoluzione del rapporto di lavoro;

b) cessazione dell'attività dell'azienda cui essa e' addetta;

c) ultimazione della prestazione per la quale la lavoratrice e' stata assunta o di risoluzione del rapporto di lavoro per la scadenza del termine.

6. Con il provvedimento che dichiara la nullità dei licenziamenti di cui ai commi 1, 2, 3 e 4 e' disposta la corresponsione, a favore della lavoratrice allontanata dal lavoro, della retribuzione globale di fatto sino al giorno della riammissione in servizio.

7. La lavoratrice che, invitata a riassumere servizio, dichiari di recedere dal contratto, ha diritto al trattamento previsto per le dimissioni per giusta causa, ferma restando la corresponsione della retribuzione fino alla data del recesso.

8. A tale scopo il recesso deve essere esercitato entro il termine di dieci giorni dal ricevimento dell'invito.

 

9. Le disposizioni precedenti si applicano sia alle lavoratrici dipendenti da imprese private di qualsiasi genere, escluse quelle addette ai servizi familiari e domestici, sia a quelle dipendenti da enti pubblici, salve le clausole di miglior favore previste per le lavoratrici nei contratti collettivi ed individuali di lavoro e nelle disposizioni legislative e regolamentari.