Chat via Facebook sul telefonino aziendale: licenziata segretaria “infedele”

Una segreteria di un’impresa privata aveva installato sul cellulare aziendale l’applicazione Facebook associata a un profilo personale. A casa per malattia, aveva restituito il telefono, sul quale però continuavano ad arrivare messaggi: oltre a numerose conversazioni private, la lavoratrice rivelava informazioni e notizie aziendali riservate (come nominativi e numeri di telefono di promotori utili) a imprese concorrenti.

Secondo il Tribunale di Bari (sentenza n. 2636 del 10 giugno scorso), queste circostanze sono state idonee a integrare la giusta causa di licenziamento, in quanto la condotta è stata di una gravità tale da ledere irrimediabilmente il rapporto di fiducia con l’azienda. A fare la differenza, gli screenshot della messaggistica Facebook prodotti in udienza dall’azienda e ritenuti utilizzabili dal Tribunale.

Per i giudici, l’azienda può controllare i propri dipendenti per evitare possibili aggravamenti delle loro condotte – nonostante un’apparente violazione della privacy.

Proprio su quest’ultimo punto, tuttavia, la giurisprudenza non è unanime.

Ad esempio, la sentenza 13057/2016 della Corte di Cassazione ha stabilito che il datore di lavoro può controllare la cronologia delle esplorazioni del dipendente, ma non può accedere per finalità disciplinari alla mail personale del lavoratore protetta da password.

Successivamente, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha stabilito che le comunicazioni personali possono essere soggette a limitazioni solo se il lavoratore sia stato preventivamente informato del possibile controllo sulla corrispondenza aziendale, delle modalità e delle ragioni che lo giustificano. In sintesi, il datore di lavoro, in caso di assenza del dipendente può monitorarne le comunicazioni aziendali per garantire ad esempio i contatti con i fornitori. Se in queste circostanze scopre mail che ledono l’azienda può poi produrle in giudizio.

In Italia questo principio è stato ribadito dall’articolo 4 della legge 300/70, così come modificato dall’articolo 23 decreto legislativo n. 81 del 2015 (conosciuto come Jobs act) che ha eliminato il divieto generale di sorveglianza del dipendente, con l’unico dovere in capo al datore di informare i lavoratori sulle modalità di controllo.

 

La sentenza di Bari, in tale ottica, appare discordante: il controllo sulla chat privata Fb installata sul cellulare aziendale è infatti avvenuto senza preventiva informazione del lavoratore.