Assistenza socio-sanitaria: solo 2 anziani su 100 fruiscono di servizi residenziali o a domicilio

Italia Longeva ha presentato la prima “Indagine sulla continuità assistenziale in Italia”, in collaborazione con la Direzione Generale della Programmazione sanitaria del Ministero della salute.

Dal rapporto emerge, anzitutto, l’insufficienza dei servizi socio-assistenziali dedicati agli anziani: quasi 1 italiano su 4 ha più di 65 anni, con una rilevante fetta di popolazione – oltre 2 milioni di persone – che supera gli 85 anni. Di questi, soltanto il 2% degli over-65 è stato accolto in RSA e solo 2,7 anziani su 100 hanno ricevuto cure a domicilio, con incredibili divari regionali: in Molise e in Sicilia più del 4% degli anziani può contare sull’ADI, mentre in Calabria e Valle d’Aosta si stenta ad arrivare all’1%.

Pur evidenziando la carenza ed il sotto-potenziamento dei servizi RSA (residenzialità assistita) e ADI (assistenza domiciliare), la ricerca racconta le esperienze virtuose di presa in carico dei pazienti cronici in otto regioni: Basilicata, Emilia Romagna, Lazio, Liguria, Lombardia, Marche, Toscana e Umbria. Si tratta di 8 best practice di gestione delle cosiddette dimissioni difficili e 9 modelli efficienti di organizzazione delle reti territoriali.

Come si evince dall’indagine, la continuità assistenziale si realizza prima di tutto sul territorio, con un sistema di cure più prossimo ai cittadini e ai loro bisogni, attraverso la costruzione di una rete di servizi sociosanitari capillare, flessibile e facilmente accessibile, in grado di offrire un’assistenza personalizzata e multidisciplinare. Nelle esperienze analizzate il protagonista della rete è il medico di medicina generale, che non agisce più come professionista singolo, ma “esce” dall’ambulatorio per aggregarsi con altri colleghi, trasferendo ad esempio il proprio studio all’interno di strutture polifunzionali come le Case della salute, o ancora indossando il camice del medico di reparto, come nel caso degli Ospedali di comunità.

E l’ospedale? Si occupa delle emergenze e delle patologie acute, ma nelle buone pratiche prese in esame dialoga pure con il territorio per la gestione del rientro in comunità (dimissioni protette). Nei 7 modelli di dimissione protetta analizzati, la sinergia massima tra ospedale e territorio si realizza quando sono le stesse Centrali di continuità territoriali ad entrare in ospedale per prendere in carico il paziente prossimo alla dimissione, o addirittura, quando è l’ospedale stesso che accompagna il paziente durante il processo di dimissione dall’ospedale verso il proprio domicilio continuando a prendersene carico anche dopo.

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